La scultura pubblica saprà mai celebrare l’azione politica di una donna senza spogliarla?
I monumenti pubblici non sono neutri: rendono eterni, nel marmo e nel bronzo, i modelli estetici imposti sulla base del genere.
Buongiorno,
oggi vi propongo un articolo di Lucia Pesce, laureata in Storia dell’arte e firma ormai ben riconoscibile qui su Femminismi, dove è già intervenuta più volte con contributi che leggono l’arte da una prospettiva femminista.
In questo pezzo Lucia ci accompagna in una riflessione lucida e documentata su come i corpi delle donne vengano rappresentati nell’arte pubblica contemporanea: statue, monumenti, allegorie che, invece di restituire autorevolezza, azione e pensiero, finiscono troppo spesso per scivolare nella sessualizzazione, nell’addolcimento o nella riduzione simbolica.
Dalla Spigolatrice di Sapri a Rita Levi Montalcini, passando per Giulietta a Verona, l’articolo interroga lo sguardo che modella la materia e, soprattutto, il potere politico e culturale di quello sguardo.
Prima di lasciarvi alla lettura, però, voglio condividere una cosa. In questo ultimo mese la newsletter, così come la pagina Instagram, sta crescendo molto.
Non potrei chiudere il 2025 meglio di così.
Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che mi dedicate: per me vale tantissimo.
Dato che non vorrei mai che questo spazio diventasse un megafono personale, ma piuttosto una sorta di giornale, un luogo di informazione femminista costruito in modo collettivo, plurale, attraversato da voci diverse, vi ricordo che, se avete proposte di articoli, riflessioni, inchieste o contributi, potete scrivermi a menaleanna@hotmail.com.
Intanto, buona lettura!
Anna
È possibile per la scultura pubblica celebrare il coraggio, il lavoro o le azioni politiche di una donna senza spogliarla?
La questione affonda le sue radici nella storia dell’arte occidentale, ma le sue ramificazioni arrivano fino alle scelte di potere che modellano i nostri spazi urbani.
I monumenti che popolano i luoghi pubblici non sono neutri: sono la cristallizzazione, marmorea e bronzea, delle differenze dei modelli estetici, imposti sulla base del sesso, stabiliti dal canone tradizionale.
In tale contesto, il corpo femminile si scontra con una presunzione di omaggio formale che, troppo spesso, si traduce in una negazione dell’effettivo riconoscimento del suo contributo.
Erotizzazione e oggettivazione estetica
La forma più diretta e controversa di questa negazione si manifesta nell’oggettivazione estetica, dove l’attenzione si sposta dall’azione compiuta alla fisicità esposta.
Un caso emblematico è la statua della Spigolatrice di Sapri (SA) del 2021 di Emanuele Stifano, ispirata dalla poesia di Luigi Mercantini del 1857 sul fallimento della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane, che avrebbe dovuto scatenare un’insurrezione nel Regno delle Due Sicilie.
Tale componimento è scritto con il punto di vista di una contadina dell’Ottocento che assiste allo sbarco di Pisacane.
Nelle intenzioni, l’opera doveva essere un omaggio alla figura eroica e contadina; nella sua esecuzione, tuttavia, è diventata un oggetto per lo sguardo, con la sua anatomia iper-sessualizzata e il vestito trasparente, tradendo il contesto storico in favore di un’oggettivazione pubblica.
La scultura, infatti, ritrae una giovane donna con una veste sottile e aderente che ne mette in risalto le forme, riducendo una figura patriottica a un’immagine stereotipata e provocante.
L’omaggio storico si è liquefatto in sessualizzazione.
Secondo Monica Cirinnà, deputata del Movimento 5 Stelle, è «uno schiaffo alla storia e alle donne che ancora sono solo corpi sessualizzati» e «questa statua della Spigolatrice nulla dice dell’autodeterminazione di colei che scelse di non andare a lavoro per schierarsi contro l’oppressore borbonico».
Ammesso che il manufatto bronzeo in questione non sia mai esistito, chi mai si figurerebbe realmente una comune spigolatrice del XIX secolo con queste fattezze?
Il medesimo tipo di critica estetica ha riguardato la statua intitolata Il Mare, inaugurata a Monopoli (BA) nel 2022, frutto di un progetto di riqualificazione urbana, voluto dal Comune, realizzato dagli studenti e dalle studentesse del Liceo Artistico Luigi Russo.
L’opera rappresenta una sirena ed è stata creata come parte di un’esercitazione a tema marino.
Sebbene si tratti di una scultura di carattere mitologico e allegorico, le sue forme estremamente sinuose e il corpo marcatamente voluttuoso hanno sollevato polemiche, dimostrando come la tendenza a porre l’accento sul corpo come oggetto di desiderio persista anche nelle figure femminili simboliche, riducendo l’allegoria a una mera esposizione sensuale.
Negazione del contributo e addolcimento
In altri contesti, la negazione del contributo si realizza non attraverso l’esposizione, ma attraverso la riduzione della figura a un ideale innocuo o conformista.
Questo fenomeno è riscontrabile, ad esempio, nella statua di bronzo dedicata a Rita Levi Montalcini, inaugurata al Biogem (Centro di Ricerche Biogenetiche) di Ariano Irpino (AV) nel 2024.
Pur non essendo sessualmente esplicita, l’opera ha addolcito i lineamenti fisionomici decisi e la serietà austera della scienziata, privilegiando un’immagine rassicurante e quasi ‘domestica’ a discapito della sua autorevolezza intellettuale.
La neurologa premio Nobel viene effigiata da Marco Dell’Oriente con un volto dolce e confortante, che la fa apparire più come un’affettuosa nonna che come la scienziata di fama mondiale che è stata.
Un ulteriore esempio di riduzione è la statua di Giulietta a Verona – l’originale bronzeo di Nereo Costantini fu collocato nel cortile della Casa di Giulietta nel 1972.
L’opera, di natura letteraria, è stata di fatto ridotta a un feticcio per interazione: la tradizione popolare e turistica di toccarle il seno per ‘buona fortuna’ ha oggettivizzato la figura, trasformando il monumento in un simbolo voyeuristico, dove il corpo è al centro dell’attenzione per ragioni sessualizzate e non per il suo ruolo narrativo.
Il fenomeno della sessualizzazione per interazione (il rito popolare del tocco) ha consumato e danneggiato la scultura originale, al punto da richiederne la sostituzione con la copia attuale, nel 2014.
Avrebbe subìto il medesimo trattamento se il soggetto raffigurato fosse stato di sesso maschile?
In questo scontro tra la materia che modella e il corpo che viene esposto (o addolcito), si nasconde la disparità più evidente dell’arte: l’uomo è onorato per ciò che fa; la donna, troppo spesso, per come appare.
Lo stereotipo che modella la materia
Questa disparità non è casuale, bensì l’applicazione del canone estetico di matrice patriarcale che infesta tutto, compreso lo spazio civico.
La radice è lo sguardo maschile (male gaze), teoria elaborata dalla critica Laura Mulvey, nel saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema del 1975.
Benché nato per l’ambito cinematografico, il principio di base è universale: la donna è rappresentata come spettacolo da guardare, un piacere visivo passivo, mentre l’uomo è il soggetto attivo della narrazione.
Questo meccanismo si manifesta quando confrontiamo le statue.
Nelle nostre piazze, ad esempio, l’uomo è celebrato come soggetto attivo: un generale vestito, come la statua equestre di Vittorio Emanuele II che lo raffigura come condottiero in innumerevoli piazze italiane; un pensatore avvolto nella sua toga, come Cavour a Torino in una posa oratoria che ne sottolinea il ruolo politico e intellettuale; o un patriota in uniforme, come la rappresentazione eroica e marziale di Giuseppe Garibaldi a Roma.
La chiave è l’enfasi sull’autorevolezza, l’azione e il rigore; difatti, tali esempi scultorei sono un elogio all’azione e alla mente del protagonista.
Al contrario, la donna – sia essa una lavandaia anonima, una figura mitologica o un’eroina – viene spesso relegata al ruolo di oggetto estetico: spogliata anche quando rappresenta comuni lavoratrici o figure storiche.
La sua statua, troppo spesso, si rivela un monumento all’estetica, dove il valore del suo contributo è ingiustamente sovrastato dalla sua anatomia.
La reificazione come regola: i dati italiani e la critica
Questa teorizzazione trova una prova concreta nel panorama italiano.
Il censimento condotto nel 2021 dall’associazione Mi Riconosci? – sfociato nel 2023 nel volume Comunque Nude. Il corpo della donna nell’arte pubblica in Italia – ha messo in luce una realtà numerica sconcertante: la scarsità di figure femminili celebrate per i loro meriti e la tendenza all’oggettivazione sistematica delle poche esistenti.
La nudità o la posa ammiccante sembrano essere la condizione necessaria per la visibilità pubblica femminile: «[Si] sottoline[a] anche la tendenza a rappresentare la figura femminile in maniera stereotipata: molte statue, infatti, hanno atteggiamenti sensuali o sono connotate da dettagli leziosi, aspetti che vanno inevitabilmente a sminuire il soggetto ritratto».
Rimodulare lo sguardo collettivo
Soluzioni possibili esistono e sono esempi di dignità e coraggio che vanno riconosciuti e valorizzati, infatti, nuovi modelli di rappresentazione stanno trovando spazio, sebbene in contesti e tempi differenti. Dal cuore della finanza statunitense fino al centro storico milanese, due figure emblematiche definiscono un nuovo canone:
Fearless Girl, opera in bronzo del 2017 della scultrice Kristen Visbal, posizionata attualmente di fronte al New York Stock Exchange (la Borsa di New York), con il suo atteggiamento indomito, incarna il coraggio e rivendica lo spazio con la forza della sua postura, non della sua fisicità, simboleggiando così la leadership femminile, la parità di genere nel mondo aziendale e l’incoraggiamento alle aziende ad aumentare la presenza di donne nei ruoli dirigenziali.
Similmente, in Italia, la statua di Giuseppe Bergomi dedicata a Cristina Trivulzio di Belgiojoso, inaugurata nell’omonima Piazza a Milano nel 2021, celebra la patriota e intellettuale di epoca risorgimentale in tutta la sua dignità e autorevolezza, vestita in modo adeguato e in posa di pensatrice. Inoltre, questo è il primo monumento pubblico a Milano dedicato a una personalità femminile non di carattere religioso o allegorico.
Il vero problema, dunque, è lo sguardo di natura sessista che inficia l’arte figurativa e lo spazio pubblico. È tempo ormai di smettere di rappresentare la donna come oggetto e iniziare a onorarla per il suo operato.
Il dibattito sulle statue pubbliche è una questione artistica con una valenza politica contemporanea.
Gli spazi urbani oggigiorno non possono più permettersi la disparità di un trattamento che onora l’uomo per il suo agito e confina la donna alla mera estetica.
Lucia Pesce è campana, laureata in Storia dell’Arte presso l’università Vanvitelli e appassionata di divulgazione. Attualmente studia per diventare storica dell’arte contemporanea.









