L'amicizia tra Lila e Lenù non è bella, è umana
Lenù non è mediocre e Lila è molto più fragile di quanto possa apparire
Buongiorno,
ho scritto un pezzo su L’amica geniale di Elena Ferrante, approfondendo il rapporto d’amicizia tra Lila e Lenù. Domani, alle 18, farò una diretta nella pagina Instagram della newsletter, newsletterfemminismi, così ne parliamo insieme.
Intanto, buona lettura
L’amicizia tra Lila e Lenù non è bella, è umana
Per il New York Times, L’amica geniale di Elena Ferrante è il libro più bello del ventunesimo secolo.
All’inizio questa scelta mi ha sorpreso, devo ammetterlo, non perché L’amica geniale non mi piaccia, ma perché come molte persone del Sud penso inconsciamente - il mondo esterno ci abitua a pensare così - che le cose importanti accadano da un’altra parte, ad altre persone, e che soprattutto non riguardino mai il Sud.
L’amica geniale è ambientato a Napoli, la mia città, negli anni Cinquanta. Non è una Napoli alterata nelle sue caratteristiche: è descritta così com’è. Anche il rione in cui vivono le due protagoniste è descritto in tutto il suo degrado e le sue violenze, ma ha anche un valore simbolico: all’inizio è una gabbia che poi diventa il rifugio da una realtà di sofferenze.
Nel primo libro della quadrilogia, Lenù percorre alcune strade della città insieme a suo padre per raggiungere il liceo classico Garibaldi (che, di lì a poco, sarebbe diventato il suo liceo) e si ferma, stupita, a guardare il mare. Non l’aveva mai visto prima ed era bellissimo.
In quel momento non soltanto mi è sembrato di essere lì con lei, ma mi è sembrato di visualizzare una strada che nella mia vita ho percorso spesso: quella tra Piazza del Plebiscito e Mergellina, e ho pensato a una serata che ho passato lì con delle mie amiche dopo aver mangiato una pizza.
Sedute su una panchina, a guardare il mare, abbiamo provato lo stesso stupore di Lenù. Non perché non l’avessimo mai visto, come lei, ma perché ogni volta ci appare diverso. Napoli, ogni volta, ci appare diversa.
L’amica geniale è un’opera in cui è facile immedesimarsi, soprattutto se sei una donna, vivi al Sud e non sei ricca.
La condizione della donna, l’essere una donna in una società patriarcale, è un’esperienza su cui tutte le donne di Elena Ferrante si interrogano, perché sono donne che non si slegano mai dall’epoca storica in cui è ambientato il romanzo.
L’amica geniale non è un romanzo rosa, non è neanche un romanzo che racconta la semplice storia di un’amicizia tra due ragazze che crescono nello stesso rione degradato.
L’amica geniale è un romanzo che non si può leggere senza considerare l’intersezione tra oppressione di classe e di genere nella trama.
L’unica cosa che non mi convince dell’opera è il tipo di scrittura, non perché sia troppo semplice (anzi, non credo che un romanzo per essere bello debba essere scritto in modo accademico), ma perché manca quasi completamente il dialetto napoletano.
La voce narrante, quella di Lenù, nel corso della storia racconta più volte di personaggi che pronunciano delle frasi in dialetto, ma il dialetto non è mai riportato, è sempre parafrasato in italiano.
È una scelta, forse dettata dalla volontà di rendere la lingua accessibile al grande pubblico (riportare alcune frasi dei personaggi in dialetto avrebbe inciso molto su questo?), che non condivido: usare il dialetto avrebbe regalato anche alla lingua una sua identità.
Non è facile capire a quale genere appartenga L’amica geniale. È un romanzo, ma di che tipo?
La definizione “romanzo di formazione”, un romanzo che segue, cioè, il percorso di vita e di crescita dei personaggi, rappresenta in parte L’amica geniale. Ma per me non è soltanto questo: è anche una critica sociale.
Il destino di Lila e Lenù non è dettato dal caso, non è neanche scritto da qualche parte, dipende dalla loro condizione di classe di partenza unita alla mentalità patriarcale diffusa nel contesto sociale in cui vivono.
Se il padre di Lila non l’avesse scaraventata con violenza dalla finestra quando lei ha manifestato la volontà di proseguire i suoi studi, frequentando le scuole medie, la sua vita sarebbe stata diversa da quella di violenze domestiche e sfruttamento sul lavoro che ha poi vissuto.
Se il padre di Lila non le avesse impedito, con la forza, di coltivare la sua intelligenza e la sua passione per i libri, non avrebbe avuto nulla da invidiare al futuro Nino Narratore professore universitario e alla futura Lenù scrittrice di libri di successo.
La vita di Lila prende una piega diversa in partenza, e lei, dopo aver provato a reagire rischiando di farsi seriamente male, non può far altro che accettarlo, trasformando questa forzata accettazione in rabbia.
Il personaggio di Lila è un personaggio che vive con rabbia, il suo corpo risponde alla rabbia con la smarginatura, una sensazione che nel romanzo appartiene soltanto a lei, per non sprofondare nella disperazione.
Tra le scuole di critica letteraria non amo particolarmente il formalismo russo, ma la definizione di «straniamento» che ha proposto il critico formalista russo Sklovskij nella sua opera Teoria della prosa del 1925 secondo me descrive perfettamente cosa sia la smarginatura che vive Lila: un’operazione che consiste nel sottrarre un oggetto «dall’automatismo della percezione», denudarlo, scuoterlo, toglierlo dalle associazioni consuete, descriverlo come se si perdesse la sua naturale definizione.
A Lila accade questo non solo con gli oggetti, ma con alcuni momenti che vive nella sua vita e anche con delle persone.
Nel primo libro della quadrilogia, Lila vive la sua prima esperienza di smarginatura il 31 dicembre 1958: «Diceva che in quelle occasioni si dissolvevano all’improvviso i margini delle persone e delle cose». Lila e Lenù festeggiano l’arrivo del 1959 su un terrazzo, ci sono urla incontrollate, scoppi, il cuore di Lila inizia a battere fortissimo e suo fratello Rino smette di avere l’aspetto di sempre, sembra avere «la forma di un animale tozza, tarchiata, la più urlante, la più feroce».
Il padre e la madre di Lenù, a differenza del padre di Lila (la madre di Lila accetta le decisioni del marito, pur non essendo completamente d’accordo), seguono il consiglio della maestra Oliviero e scelgono di supportare la figlia nei sui studi. Così Lenù frequenta le scuole medie, il liceo, poi l’università a Pisa, e il suo destino, dal punto di vista culturale, cambia in positivo.
Lenù è una ragazza intelligente, come Lila, ma l’intelligenza da sola non basta: Lenù può coltivare le sue doti, Lila no, può soltanto arrangiarsi da sola.
La famiglia di Lila non ha capitale culturale da trasmetterle, non ha i mezzi per permetterle di studiare. Come scrive Pierre Bourdieu in Forme di capitale: «[…] la trasmissione del capitale culturale è senza dubbio la più importante forma mascherata di trasmissione (ereditaria) del capitale».
Al padre manca anche la volontà di permetterle di studiare, perché è «una femmina», e lo dice chiaramente a Rino, fratello di Lila, quando lui manifesta la volontà di pagare gli studi alla sorella con il suo salario.
Lenù, nonostante il supporto della famiglia, sente dentro di sé il peso della medietà, si sente brava ma non troppo, e osserva la naturale propensione alla cultura che ha Lila a volte con ammirazione e altre volte con il desiderio di strappargliela dal cervello. Per questo motivo, si descrive come una ragazza «diligente» e descrive Lila come una ragazza «intelligente».
In realtà sono entrambe molto intelligenti e appassionante, ma - come accade a ogni persona - hanno un approccio alla vita e allo studio diverso.
Il personaggio di Lenù non è un personaggio mediocre, è vero che molto spesso Lila le regala l’ispirazione per scrivere una storia o un tema liceale (come il tema su Didone che Lenù scrive al ginnasio), ma non è merito di Lila se Lenù riesce nei suoi studi: Lila la aiuta nel suo percorso di crescita, ma il compito lo scrive da sola, il dieci è suo.
Lenù ha ottime capacità critiche, ma a volte ha bisogno di qualcuno che glielo ricordi.
Allo stesso tempo, Lila è un personaggio molto più fragile di quanto possa apparire esternamente: le sue paure diventano spesso dei pesi insopportabili, ma è molto brava a nasconderle. Quando le due amiche escono dal rione, scappando, per andare al mare, è Lila che vuole tornare indietro, non Lenù. «Chi sono io, se tu non sei brava?», chiederà Lila a Lenù più avanti.
In questo senso, non credo sia giusto rappresentare Lila come una ragazza spavalda: la sua spavalderia è una risposta naturale alle violenze che subisce nel suo percorso. Lila è un personaggio fragile.
Sarà la vita a smussare la fragilità iniziale di Lenù, regalandole la sicurezza che le mancava da bambina, e sarà sempre la vita ad accentuare la fragilità di Lila, che all’inizio - soltanto apparentemente - non possiede.
Lila proverà una rabbia talmente forte che arriverà a desiderare di cancellarsi, scappando via senza lasciare nessuna traccia di sé.
Il rapporto di Lila e Lenù non è privo di sbavature.
Tra le due ragazze sorge spesso invidia e competizione. Lila impara il latino che studia Lenù al liceo da sola per dimostrarle di non essere inferiore culturalmente. Lenù non sopporta l’idea che la sua amica riesca a fare le cose prima di lei e meglio di lei. Lila critica con durezza i libri pubblicati da Lenù, e Lenù da adulta continua a sentirsi definita dal giudizio di Lila, come se fosse oro colato.
La competizione che le due ragazze vivono, però, considerando tutta la storia (per esempio sarà Lila poi ad acquistare per Lenù i libri che le serviranno per la scuola e la definirà la sua «amica geniale»; sarà Lenù ad aiutare Lila a sistemarsi in una nuova casa con Enzo e ad uscire dalla macelleria industriale scrivendo un articolo contro il suo capo), alla fine genera compensazione, non astio represso.
Elena Ferrante è bravissima a raccontare le contraddizioni che fanno parte dell’animo umano. Ma la vita non è ciò che provi, è soprattutto cosa fai di ciò che provi, come lo trasformi.
Lila e Lenù non si fanno mangiare dall’invidia, si compensano con le loro caratteristiche. A tratti sembra esserci un rapporto simbiotico tra Lila e Lenù, di scissione quasi dell’io: una necessità condivisa.
Alla fine, non sarà Lenù l’amica geniale di Lila e non sarà Lila l’amica geniale di Lenù: l’una sarà l’amica geniale dell’altra.
La loro amicizia è complessa, non è perfetta, non è bella, è umana.


